25 agosto 2008

Sushi


Prepararsi da soli un pranzo giapponese... non ha prezzo!

!!!

14 agosto 2008

Sensi di colpa

Ho notato che ultimamente è pratica comune far leva sui "sensi di colpa" che una persona dovrebbe avere per tutto ciò che di male succede nel mondo.
Sono un essere umano, con pregi e difetti come tutti e sicuramente commetto molti errori, ma cerco di usare la testa e di no fare male; mi arrabatto, mi impegno, cerco di dare il meglio di me. Più o meno come gli altri, forse meno forse più.
Eppure sono sempre accusato di qualcosa.
Ci sono drammi in tutto il mondo, c'è gente che soffre, c'è la fame nel mondo, ci sono le guerre.
E c'è puntualmente il dito accusatore di qualcuno secondo cui il malessere è colpa mia.
C'è la guerra? Certo è colpa del petrolio, è colpa del nostro sistema, è colpa della nostra sete di energia, è colpa della mia Alfa, perché consuma un litro di benzina in più della sua Prius.
Senso di colpa.
Cavolo andiamo a vedere quanto costa la Prius, magari qualcosa si può fare.
C'è il riscaldamento globale, è colpa delle nazioni spendaccione ed inquinanti, è colpa dei provvedimenti governativi, è colpa delle nostre abitudini insensate, è colpa mia perché non ho ancora messo i pannelli solari e la centrale eolica sopra il garage.
Senso di colpa.
Caspita, è meglio informarsi, forse qualcosa si può fare.
C'è la carenza di cibo, la fame nel mondo, così no si può andare avanti, migliaia di animali vengono trucidati per sostentare noi grassi occidentali nullafacenti. La carne è la causa di tutti i mali, io la mangio quindi io sono il demonio. sono un "mangiatore di carogne" come dicono i vegan.
Senso di colpa.
Vado in vacanza? No, quel posto è da boicottare perché ha leggi troppo lasche sul traffico del grasso di balena, quell'altro non va bene perché ha un governo illiberale in cui i parchi sono recintati, quell'altro per carità, è un posto dove ci sono un sacco di oscurantisti e poi il viaggio non è equo-solidale.
Ci sono un sacco di stupri, di violenze, le donne vengono discriminate in più paesi, non ci sono pari opportunità, ed è colpa mia perché sono un uomo.

Un attimo.

Ma io cosa cazzo ho fatto di male? Cerco di condurre una vita dignitosa, rispettosa delle regole e soprattutto degli altri, non ammazzo nessuno, non rubo niente a nessuno, mi impegno per quello che devo fare, studio e lavoro, mi rendo disponibile per un sacco di iniziative, mi informo quotidianamente, cerco di mantenere un livello culturale adeguato leggendo, ascoltando, guardando, imparando, migliorandomi... Ma dovrei sentirmi in colpa per COSA?

Ma datemi retta un attimo, tutto queto insieme di paletti e di automortificazioni che dovrei infliggermi perché conduco una vita così terribilmente dissoluta, chi l'ha deciso?
Ma solo io comincio a vedere un sottile indizio di coda di paglia? Ma solo io noto, ogni tanto, che i più ardenti attivisti di questa o di quella iniziativa volte a migliorare il mio barbaro e decadente stile di vita sono i primi che dovrebbero scendere a patti con la propria coscienza? Solo a me sembra che questo fervore quasi religioso nel voler convincere a mutare stile di vita, sia spesso un patetico tentativo di autogiustificarsi?

Ma allora di chi è il senso di colpa? Mio o tuo?

Ma soprattutto c'è gente capace di affrontare una scelta etica esclusivamente per se stesso, nel suo intimo, senza per forza partire con una crociata volta a convertire tutti i pagani?

Scusate lo sfogo, ma io mi sono rotto.

31 luglio 2008

Salvando donzelle nei guai /3

Ci sto facendo l'abitudine... anche se stavolta non è nulla di eclatante. Niente mezzi pubblici, periferia, una persona che deve consegnare un curriculum, io che passo per caso proprio di lì.
Una bella donna, elegante e acculturata, una conversazione interessante anche se di pochi minuti. Un mio sciocco errore nel non chiederle se ha bisogno di essere accompagnata anche al ritorno.
Ma è già andata.
Un ricordo carico di fascino.

12 luglio 2008

Parlami.

Bea sorride di nuovo, dopo tanto, e si lascia andare sul divano affondando il dito in un'improbabile accozzaglia di palline di gelato.
Quanto tempo, ragazza.
Tanto, davvero.
Per quanto sia una componente assolutamente aleatoria della mia vita mi sei mancata.

Ti guardo sorridere e capisco tante cose solo dalla stretta di un abbraccio o dal modo di fare una carezza.
Ogni tanto vorrei restare lì a guardarti per ore. Come sorridi, come guardi il gelato, come pieghi la testa mentre lo scegli, come lo gusti... Sembra che ti sorridano persino i capelli.
"Ma cosa guardi...?"
"Te"
"Ho i capelli tutti arruffati, sembro una scopa secca"
"Sei bella"
"oh si, proprio"
"Si prop..."
"Ce l'hai ancor quel film, quello con la Theron che fa le acrobazie, dai, quello del futuro strano tutto colorato...?"
Ma si, guardiamoci ancora una volta Aeon Flux.
Credo sia la terza volta, ma le tue domande sono sempre le stesse.
Si, quello lì è il fratello. No, non credo sia una mora naturale. Si, è bella. No, non ha le spalle troppo larghe.
Il gelato si scioglie e tu resti con la testa inclinata e la bocca semiaperta fino alla fine del film, come se lo vedessi per la prima volta. Mi sfiori, mi tiri i colpetti, ti ritiri e fortifichi il tuo spazio.
Questa volta sei tu ad avere qualcosa che non va. Ti conosco da troppo tempo, e anche se non ti conosco bene come vorrei, lo sento che qualcosa non va. lo sento come quando stai arrivando e non hai ancora suonato alla porta e io sto già venendo ad aprire, lo sento come quando ho la mano sul telefono prima ancora che squilli.
Parlami Bea.
Ma lo so che non parlerai, ti porterai dentro anche questo. Ma non posso vederti sul punto di piangere un'altra volta facendo finta di niente. Se vuoi sono qua. Ci vogliamo bene in modo diverso, ma ci vogliamo bene ugualmente, lo sai.
Buonanotte tesoro.

9 luglio 2008

Salvando donzelle nei guai /2

Reduce da una cena torinese molto vivace e divertente, tra me e casa rimane un centinaio e rotti di chilometri da percorrere nella notte di sabato.
E dopo lavori in corso interminabili e qualche autogrill, sono all'uscita che mi porta a destinazione. Sono ormai le tre e mezza di notte, e la stanchezza comincia a farsi sentire; il caldo di questo sabato è stato stressante e, nonostante l'ora, la cappa di afa non sembra volersi allentare nemmeno per un attimo.
Tre curve e 500 metri, e sono a casa.
Auto ferma al lato del carreggiata, ragazza che telefona.
A tre curve e 450 metri da casa ho un piccolo rimorso e accosto a mia volta, tornando indietro lentamente.
"Serve aiuto?" Chiedo tranquillamente dal finestrino, sperando un po' nella risposta di cortesia "no, no tutto a posto!"
"Abbiamo bucato".
Stanco. Caldo. Tre e mezza di notte.
Parcheggio.
la ragazza al telefono è un po' spaesata, ma gestisce la situazione con maestria: l'ALTRA ragazza, infatti, è completamente sconvolta e in lacrime sul sedile del passeggero.
"Ma... cosa le è successo...?"
"E' la macchina dei suoi" mi spiega l'amica.
Comincio ad intuire: due ragazzine, probabilmente neopatentate, a qualche chilometro da casa con una gomma a terra alle tre di notte e l'auto dei genitori. Può essere una cosa terribile vista dalla loro prosepttiva.
Almeno credo.
Vabbé, piangi...

In una onesta carriera di automobilista, di gomme ne avrò cambiate una decina, per me e per altri. Che vuoi che sia? Tanto sono tutte uguali!
...
Che venga una carie all'ingegnere francese che ha progettato le ruote francesi delle macchine francesi con quattro bulloni francesi uguali ed un bullone francese di merda diverso dagli altri bulloni francesi.
...
Alla fine trovo la "bussola" adatta per il quinto bullone e tutto va liscio... E smolla, e alza, e svita, e sfila, e reinfila, e riavvita, e abbassa.
Stanco. Caldo. Tre di notte. Bulloni francesi.
Mentre mi do da fare, la disperata evolve in una forma di vita disperata superiore e comincia ad invocare santie parenti, tra lacrime e singhiozzi.
L'amica la tranquillizza: "Ma dai chicca, stai tranquilla, c'è qui il SIGNORE che ci aiuta"
Chicca: "Il Signore e la Madonna, e San Giuseppe e tutti gli angeli in colonna e di qua e di là e di su e di giù"
Riesce a bestemmiare tutto l'elenco di Santi cui sono a conoscenza, compresi San Siro e Sampei. Io sono ancora depresso dalla definizione di "signore", ma non ho tempo di intristirmi, perché Chicca, nei deliri di disperazione, ogni tanto apre di botto la portiera e si butta fuori dall'auto, ma io sono chinato proprio sotto la sua portiera:
Sbadabang!
"La scusi è un po' scossa"
Risbadabang!
"Chicca stai attenta al SIGNORE"
Sbada...STOP
fermata al volo: "Chicca, per cortesia, o dentro o fuori!"
L'amica tranquilla vorrebbe chiamare casa per giustificare il ritardo, ma...
"Non ho credito nel cellulare..."
Esausto e sudato estraggo il Nokia e glielo porgo. Chicca si toglie le scapre e zampetta sull'asfalto a piedi nudi. Ogni tanto piange, ogni tanto bestemmia.
A lavoro ultimato arriva la combriccola degli amici. Sono in sedici, o forse sessantaquattro... non lo so, ma ad un certo punto c'era una mezza folla di adolescenti sbucati da una 500 ultimo modello. Abbozzo qualche battuta. Ridono.
Sono un lago di sudore, uno straccio sporco di grasso e polvere, una specie di golem di stanchezza, ma ho finito.
"Grazie... ma lei è un angelo?"
"Qualcosa del genere..."
La guardo.
Mi guarda.
La guardo.
Mi guarda.
Stanco. Caldo. Sporco. Bulloni francesi.
La guardo.
Mi guarda.
Non capisce.
"Chicca..."
"eh...?"
"MI RIDAI IL MIO CELLULARE PER FAVORE?!?"
Uhhh che serata...

7 luglio 2008

Stormy weather




Salvando donzelle nei guai

La mattinata avventurosa arriva sempre quando meno te lo aspetti: alle 9 del mattino intorno a Quarto Oggiaro può succedere qualunque cosa.
E, puntuale nella sua imprevedibilità, la viuzza laterale riserva la sopresa inaspettata.
La ragazza sta correndo, gesticola, ha il fiatone, gli occhi sbarrati... Mi fermo.
"Aiuto" mi ansima dal finestrino "mi seguono".
...
A freddo si pensa subito alla fregatura, al fatto che è rischioso far salire uno sconosciuto, alla possibilità che la persona inseguita sia la criminale...
Cazzate.
"Salga!"
La ragazza si accascia sul sedile, poi si ranicchia in basso, come a non volersi far vedere. Fiato corto, pulsazioni a mille. Faccio inversione e parto a razzo verso l'ospedale.
Ci vogliono almeno cinque minuti di aria condizionata e parole tranquille per farle tornare un fiato normale che le permetta di spiegare la situazione. In quei cinque minuti ho sinceramente paura che mi muoia lì, è terrorizzata.
"Erano in tre o quattro" mi spiega "hanno cominciato a tenermi d'occhio sul tram mentre timbravo il biglietto"
Comincio a capire.
"Poi mi hanno messo le mani addosso, mi hanno strattonato... Alla prima fermata sono scesa, ma mi hanno seguita!!! Sono corsa via e..."
"un momento... l'hanno aggredita su un tram alle 9 del mattino?!?"
"Si"
"Un tram AFFOLLATO?!?"
"Si, lasci perdere..."
"E NESSUNO ha mosso un dito?!?"
Silenzio disperato da parte sua.
In zona c'è una volante dei carabinieri. Gentili e disponibili mi spiegano che è una cosa "normale".
NORMALE?!?!?
Rassegnato accompagno la ragazza al lavoro. Ancora scossa mi ringrazia: "Lei è un angelo".
No, io sono normale, sono quelli sul tram ad essere delle merde.

8 giugno 2008

Controcanto al fascino

Lei sorride.
Con gli occhi, la bocca, le guance, perfino con le gocce di pioggia sospese tra i capelli, lei sorride e l'uomo a cui è abbracciata sorride di rimando, quasi imbarazzato.
Lui è quasi un estraneo, lei amica di anni e anni. Lui è una persona seria, di quelle con cui ami conversare di avventure passate o di libri letti o esperienze vissute. Uno di quelli che riesce a dipingere una fotografia o pennellare un ricordo, che mischia la sua vita raccontandola in modo normale: il viaggio, l'aneddoto, la cucina, il cane, la moto.
Ha un tocco nel rendere speciale la normalità che è di tanti, di cui tanti si vergognano e che lui invece accetta senza tante storie; una figura rassicurante.
Lei, genio e sregolatezza, sbalzi d'umore e principi incrollabili, adattamento a qualsiasi situazione o piccoli vizi irrinunciabili capaci di metterla al tappeto. Insicurezza a portata di mano, maschera di ghiaccio e occhio di fuoco, aereo da guerra e pecorella smarrita.
Per quanto trovi insensato quello che penso, ogni volta che li vedo insieme è così: la bellezza della normalità quasi ostentata da lui è sinceramente attraente, eppure è una cosa che con lei non c'entra nulla. E proprio per questo li vedo perfetti. Come un copione già visto, ma non per questo meno affascinante, come un lago placido al tramonto.
E una fastidiosa punta d'invidia nell'ammettere a me stesso che quell'equilibrio che vedo è distantissimo da quello che sono.

12 maggio 2008

Mezzanotte fredda

Giada di solito è silenziosa, e mi stupisce sempre quando rompe il muro del suo silenzio per ridere da sola. Mi guarda e sorride, quasi beffarda. La guardo e sorrido, ma a quel punto lei cambia espressione e diventa terribilmente seria, come se solo guardandola sorridere l'avessi offesa. Chissà perché.
"Cosa pensi, Ty?"
"Cose brutte"
"Perché pensi a cose brutte?"
"Perché le cose brutte a volte si possono sistemare e diventare belle e questa volta sono io a doverle sistemare"
"E allora perché dici che sono cose brutte?"
"Perché ancora non so come fare"
Sorriso, sguardo.
Sorriso, sguardo.
Seria.
Chissà perché.
"Non resto fino a tardi, però, al massimo un film poi vado"
"A trent'anni puoi anche pensare di passare la notte fuori, che dici?"
"E' tuo fratello quello?"
Cambia sempre discorso in questi casi. Si, è mio fratello quello, lo sai già: quella foto ce l'ho da anni, in quella foto ho ancora i capelli lunghi e mio fratello ha quell'abito azzurro chiaro.
"Ma lo sai che è carino?"
"... Si, è lui quello bello, in famiglia"
"E' sposato, vero?"
"L'hai capito dalla foto di mia nipote nell'altra stanza?"
Sguardo, sorriso.
Sorriso, sguardo.
Ride.
"Rivestiamoci"
Già.
Ed è mezzanotte passata, e la casa è così fredda...

23 marzo 2008

Saluti e baci

E' tutto senza senso.
Ma è così.
Nuotiamo nella melassa ma allora perché sei tu ad attaccare il blocco di ferro? ' un po' come il pendolo, sì il pendolo: anche lui c'entrava con la melassa, ma era nell'aula di Fisica quando usavo le stesse parole del libro. Il libro è sempre stato un po' chiave un po' serratura, alternativamente; non ne sono certo ma dietro alla serratura ci può essere un drago o il gatto vivo e morto... stiamo qui ad oscillare! No, perché vuoi spiegare le ali? il vento è ancora forte e sono io ad avere la bussola, non pensare alle sciocche guide turistiche del vicinato strepitante, io giro il film e scatto le foto semplicemente, senza proclami.
Ma già il turbinìo non è abbastanza perché l'acqua tranquilla è più dolce, ed è difficile pensare di avere accanto qualcosa di tanto brutto che si spezza ma non si piega, come di solito può piacere.
Amen.

E' tutto senza senso ma è così.

8 febbraio 2008

14 gennaio 2008

Blues delle tre di notte

Milano alle tre del mattino è come un gigante addormentato.
Mentre vedevo "Io sono Leggenda" non facevo che pensare all'analogia tra una New York post apocalittica e deserta e la Milano da bere delle tre del mattino.
Quella Milano fa parte di me, da un po'... Se chiedessero di descrivermi con un'immagine sarebbe difficile sceglierne una sola, ma nel marasma di foto che ritraggono qualcosa di mio, ce n'è sicuramente una di due mani sul volante, di notte, tra semafori lampeggianti, la radio accesa su chissà quale mp3 e lì nell'angolo un angolino di coscia di... Di chi? Non importa, non importa quasi mai, di solito è qualsiasi. Il che è brutto da dire se si pensa che di solito sotto una gonna non c'è solo malizia, ma una persona con pensieri e sentimenti.
Non me ne vogliano quei pensieri e quei sentimenti, non mi appartengono e non mi sono mai appartenuti. Guardando al passato su quel sedile ci potrebbe essere chiunque. Non nessuna, perché non mi descriverebbe correttamente, ma nemmeno qualcuna, perché ahimé nemmeno questo lo farebbe.
E così il sabato notte è ancora una volta un'istantanea uguale a mille altre, tanto uguale che mi entra nelle ossa.
Guardo i suoi capelli... neri, lisci... Odio ammetterlo ma mi perdo spesso nei miei clichés e cerco più o meno inconsciamente le stesse emozioni in mondi diversi.
Silenzio.
Un'altra istantanea del mio carattere. Curioso come il suo silenzio voltato verso il panorama che sfugge dal finestrino sembra descrivere perfettamente quello che è un mio aspetto. in questo caso le parole sono sempre di troppo ed escono quasi arrugginite quando mi sforzo di pronunciarle.
Per cosa ti ho cercata stavolta? Chi sei tu?
Ma è fuggita. Un'istantanea.
Una foto. Mani sul volante. Semafori lampeggianti. Radio accesa. Un angolo di coscia. Di chi non importa.
Perché un'altra non importa, non è mai quella giusta.

29 dicembre 2007

Mi rispondono i vip!

Tanto tempo fa mi sono appassionato di un serial tv italiano decisamente atipico: La Squadra.
Atipico perché girato con piglio molto realistico e ritmo serrato, quasi da documentario, diverso dalla regia patinata delle solite fiction nostrane, più che altro infarcite di personaggi televisisvi relativamente famosi in ruoli che molto spesso rasentano il supereroistico.
In questa serie trasmessa da Raitre invece, tutte le persone sono incredibilmente umane: hanno luci e ombre, scheletri nell'armadio e qualcuno anche fuori e vivono nella realtà quotidiana di un commissariato che si barcamena nel gestire la legge attraverso vicende di criminalità sia piccola che su larga scala, con tutti i problemi, i drammi e le piccole vittorie che ne conseguono. In mezzo alla grande maturità del telefilm emergono anche dei notevoli attori; eccettuati due o tre nomi più o meno noti ho realmente scoperto un sottobosco di recitazione italiana assolutamente spettacolare! Volti praticamente sconosciuti danno corpo a personaggi credibilissimi, in un modo che nemmeno molti attori certamente più "blasonati" riuscirebbero a fare.
Nel novero degli attori mi è capitato di notare sin dall'inizio una bellissima Saba Anglana nel ruolo dell'agente Katia Ricci; ripresomi dallo choc puramente estetico ( :D ) mi sono reso conto che era anche una bravissima attrice!
Purtroppo le apparizioni dell'agente Ricci sono limitate solo ad alcune stagioni del telefilm, che ho comunque continuato a seguire, ma solo dopo anni ho scoperto una cosa interessantissima: girovagando per la rete mi è venuto il ghiribizzo di scoprire che fine avesse fatto Saba Anglana e mi sono imbattuto nel suo sito apprendendo che ora Saba è anche cantautrice!!!
Preso dall'entusiasmo ho anche provato a contattare l'artista tramite il sito, sospettando che non avrei mai avuto risposta, e invece...
E invece mi ha scritto, ringraziandomi per la mail e dimostrandosi gentilissima! E' una piccola cosa, forse, ma io sono ugualmente contento come un bambino!

Ma chi è Saba Anglana?
QUI potete trovare un'intervista pubblicata su Panorama, mentre questo è il suo sito ufficiale:
www.sabaanglana.com

Spero che chi legga questo blog sia incuriosito e voglia apprendere maggiori informazioni su questa magnifica artista.

21 dicembre 2007

Gargoyle Online!

Chi sono i Gargoyle? E' presto detto: non stiamo parlando delle statue che adornano le cattedrali gotiche, ma di un gruppo di amici che ha creato un vero e proprio sodalizio dedito al Softair. Ohibò, un altro termine che non conoscete? Il Softair conosciuto anche come Tiro Tattico Sportivo, è uno sport di squadra patrocinato da enti riconosciuti dal CONI (es.: CSEN, AICS, ASI, ACSI). L'attività, pur rimanendo uno sport, può essere assimilata ad una simulazione, tramite attrezzature apposite, di azioni tattiche e strategiche di combattimento in ambienti urbani o boschivi tra fazioni opposte che devono conquistare obiettivi prefissati realizzando il maggior punteggio possibile.
Volete saperne di più su questa attività ? Vi consiglio dunque di visitare il sito del Gargoyle Adventure Team!

11 dicembre 2007

Laif is nau.

Nel seguente diario sono stati modificati nomi e slogan per evitare pubblicità. Converrete con me che le compagnie citate sono ora irriconoscibili.

Un bel dì (vedremo alzarsi un film di fumo; cit.) la mia connessione ad internet decise di averne avuto abbastanza. Prese i suoi ping, attraversò il bridge e si disconnesse senza preavviso. La sua era stata una vita breve ma intensa e poco si sa di questo insano gesto, ma fatto sta che avvenne e potete immaginare il mio disappunto nel vedere i resti di siffatta tragedia. Con composto dolore annunciai al mondo la triste notizia.
Tyreal: "Videocom di M*%*&%!!! Non funziona mai un C*%&%!!!"
Preso il chiacchierone [cit.] mi barcamenai istantaneamente tra i Grandi Esperti del Call Center cercando lumi, chiarimenti o più semplicemente consigli su quale tipo di pasta andasse bene col pesto.
Ebbene passarono tre giorni.
Un bel dì (il fil di fumo di prima, cit.) in ditta mi vedo recapitare un pacco nuovo fiammante dall'etichetta inequivocabile: "Berenice ADSL di Videocom Italia"... cosa che lascia perplessi un po' tutti perché in ditta l'ADSL c'è già da un bel po' e funziona regolarmente.
Lumi, chiarimenti e consigli al call center
"No guardi abbiamo riparato il guasto, fatto partire la segnalazione, poi ho riaperto la pratica e quello è quasi sicuramente il modem che le doveva arrivare a casa per riattivare la linea che prima non andava e adesso va"
"..."
"Adesso lei stasera stamattina prova nel pomeriggio a mezzogiorno e se va il tecnico ha riparato e la pratica è avviata e il suo cellulare nel caso è questo qui grazie signor... Signor...?"
"Tyreal"
"ah si risulta dal suo numero"
A casa, l'ADSL non va.
Il giorno dopo arriva a casa un ALTRO modem/router, stavolta wireless.
Ma l'ADSL non va.
Una settimana dopo arriva una bolletta doppia in ditta. Sconcerto. Risultano DUE linee ADSL, di cui una attiva... sul FAX!!!
Call Centr, lumi, chiarimenti, consigli. E insulti, anche innovativi.
"no nessun problema adesso parte la richiesta arriva il tecnico per fare un albero ci vuole un fiore vedrà che massimo quattro giorni funziona tutto e arriva un rimborso"
Disperato sondo la concorrenza:
SkyNet, la migliore, la più veloce, la più costosa:
"Senta verrà lì da lei un nostro tecnico per verificare i lavori da fare"
"I lavori? Che lavori?"
"Beh per il nostro tipo di connessione serve un nostro sistema poi forse si deve scavare, sa i nostri cavi passano a TRECENTO (300) metri nel sottosuolo ecc ecc... tecnovaccate ecc."
...
"No non importa guardi ho la casa in orbita, lasci stare, arrivederci"
Quella dei trecento metri me la sono scritta: quando sono di cattivo umore la rileggo.
BORA, la compagnia più bistrattata, ma anche più economica:
"Allora le offriamo ADSL a 4 o 20 mega a costo zero che però diventa 26 euro se la fa flat di sabato e mercoledi mentre sono 32 per la 20 di lunedi mattina però in regalo c'è il cellulare blacberry rosa a forma di cazzo"
PIVOFONE, chissà che mi dicono:
"Perfetto, le proponiamo una tariffa per tutti i cellulari..."
"Guardi che a me serve l'ADSL"
"Ah si si... beh quella l'avremo a disposizione più tardi ma le conviene se prima lei sottoscrive un contratto per almeno quattro cellulari aziendali..."
"Ma a me serve SOLO l'ADSL"
"Per quello minimo a settemebre, ma se lei prende i cellulari aziendali adesso si troverà in posizione avvantaggiata quando in autunno..."
*click*
Richiamo la Videocom, così, per insultarli un po'. E' terapeutico.
"Ah sig. Tyreal, senta: per verificare la linea faccia un po' così: colleghi il NOSTRO modem così sappiamo quali parametri cercare, quando tutto sarà a posto potrà riusare il suo router"
Azz... sembra così stupida da avere un senso!!
Prendo uno dei quattro (4) modem che mi hano mandato, msotruosamente bianco e lucido nonché antennuto e lo collego.
la linea... funziona!!!
Esaltato mi connetto e mando mail ad amici e colleghi dicendo che finalmente sono tornato ad essere interattivo; quand'ecco che, all'ultimo invio, la linea decide di suicidarsi di nuovo.
E' passata un'altra settimana e solo ieri mi è venuta l'idea di rimettere il mio vecchio router.
Ed eccomi qui a scrivere online.

Laif is nau.

Laura Iuorio - Il Destino degli Eldowin

E' uscito!
Il nuovo Fantasy di Laura Iuorio è finalmente disponibile! Il libro è molto bello: l'autrice tratteggia come suo solito dei personaggi molto credibili e approfonditi, pur inseriti in un contesto fantastico nella migliore tradizione del genere.
E le mappe nel libro le ho disegnate io!!!
Fatemi sapere se vi è piaciuto!

La trama:
C'è un luogo, nel Varlas, in cui uomini ed elfi convivono pacificamente da secoli. È la grandiosa città-stato di Azales, situata ai piedi delle cascate Mah Quad, e dominata dalla leggendaria stirpe elfa degli Eldowin. Ma uno spietato nemico trama nell'ombra per distruggerne il fragile equilibrio e riconquistare nel sangue il potere perduto. Mentre il regno corre incontro all'inevitabile rovina, i favolosi Eldowin si avviano ignari, fra giochi innocenti, balli di corte e sospiri d'amore, verso il loro tragico destino. Molto tempo dopo, una combriccola eterogenea, formata da una maga in fuga, un simpatico barbaro, due vampiri, una nana e un giovane contadino intraprende un viaggio avventuroso che la porterà dai confini orientali dell'Argelar, oppresso dall'implacabile Adras l'Oscuro, fino al Varlas, sulle tracce della mitica città perduta.

Ulteriori informazioni e il primo capitolo in anteprima sul sito dell'autrice www.lauraiuorio.it

Indovina chi viene a cena?

Quando organizzo qualcosa che preveda la presenza di tanta altra gente (feste, uscite, vacanze ecc...), puntuale come la morte e le tasse mi si ripresenta l'elenco mica tanto virtuale dei "tipi" di persone che rispondono all'invito. Non né giusto né bello generalizzare, ma ogni tanto è divertente!
E voi di che tipo fate parte?

Ci sono ad esempio:

-i Precisi: alla domanda "ci sei il tal giorno?" rispondono subito SI o NO, senza esitazione. I precisi mi spaventano: hanno una tale organizzazione delle loro giornate da sapere in anticipo ogni momento libero. La gioia di chi prenota.

-gli indecisi giustificati: non sanno se ci saranno o meno, ma questa indecisione ha una ragione precisa. Si sentono in dovere di spiegare il perché non possono essere precisi raccontando la storia di tutta la loro vita presente e futura. Ok... Bastava un "te lo dico fra un paio di giorni".

-gli indecisi onesti: non sanno se possono esserci, punto. Di solito te lo fanno sapere quando sono sicuri. I migliori, sono ormai una razza in via di estinzione.

-i voglio sapere: non ti daranno una risposta finché non sapranno quanti siete, dove si va, che tipo di locale è, quante ragazze single ci sono, che tipo di musica fanno e l'ascendente del barista. Di solito declinano all'ultimo perché hanno saputo che in quel locale mettono musica free-jazz e loro sono ormai passati al soft-punk.

-i presi nel vortice: ci saranno, ma arrivano più tardi perché tornano quello stesso giorno dalle Maldive e spesso andranno via prima perché stanno per inaugurare un nuovo locale afro-svedese a Casalpaciocco e non si può mancare.

-i non lo so cronici: anche conosciuti come TYREAL ; ti tocca sempre ricordare loro il luogo e la data, perché se la dimenticano.

-i non lo so e non lo saprai mai: Li inviti e non ti sanno dire se ci saranno o no... E non te lo sapranno mai dire fino alla sera stessa, Quando te li ritrovi già al locale.

-i posso portare anche...: quelli che, invitano a loro volta tutti quelli che capitano loro a tiro. Talmente buoni e gentili che non possono evitare di estendere l'invito a tutto l'emisfero nord. Di solito, due ore prima della serata ti chiamano e ti dicono che "vengono anche cicciuzzo e pallotto con la ragazza, il cugino e sei fratelli, è un problema?"

-i comitiva: sono un gruppo. Sempre. Se ci sono, sono tutti, se uno di loro non può venire per un ginocchio sbucciato, non ci sarà nessuno di loro. Di solito si siedono vicini e parlano tra loro, unendosi al resto della combriccola solo per i brindisi e per la sosta al bagno (ma non sempre).

-i non mi va: arrivano incazzati. L'unico motivo per cui sono lì è per dire che il posto fa schifo, la cucina ribrezzo, le bevande vengono servite alla temperatura sbagliata e la musica è troppo alta. Di solito non declinano MAI un invito.

-i senno di poi: solitamente gli ultimi a dare una risposta, ma accompagnata con un "non si potrebbe andare da quel'altra parte che il locale è migliore?" quando tu hai già prenotato per ventisei e la cena è stasera.

-i culi di piombo: ci sono se qualcuno li passa a prendere, se il locale è vicino e se non si torna troppo tardi, perché sennò poi dormono male.

-i vi porto io: all'invito si comportsno come i "senno di poi" proponendo un'alternativa a loro dire SEMPRE migliore: più economica, più divertente, più facile da raggiungere e soprattutto dove "lavora un mio amico". Statisticamente da evitare.

-le colonne portanti: senza di loro non c'è serata che tenga.

-i ti invito perché devo: amici di amici, ragazzi/e di amici generalmente mal sopportati da chiunque, ma inevitabilmente legati a qualcuno che hai già invitato. Qualcuno che di solito è del tipo "posso portare anche..." o semplicemente un amante adorante.

-le coppie scoppiate: si sono lasciati e sono entrambi vostri amici; siete sicuri che invitare entrambi non sarà imbarazzante? Vi diranno che non c'è problema, che sono adulti e vaccinati e che sanno affrontare la cosa. Poi lei accetterà con entusiasmo le attenzioni del primo che capita e lui passerà la serata ubriaco a piangere sulla vostra spalla.

-i paccari dell'ultimo minuto: detti anche "si, si! ci sono di sicuro!", salvo poi smentire clamorosamente quando tutti sono già arrivati al locale. O peggio, semplicemente non si fanno vivi senza dare notizie. Comodo se c'è già un "posso portare anche...". I jolly della logistica.

-i semprealverde: di solito declinano l'invito perché sono a corto di valsente, tuttavia cercano di solito di spostare tutto il gruppo verso il locale più economico e fidato (e qui si finisce nella categoria "vi porto io") oppure consultano il menu disperati alla ricerca di quello che costa meno, osteggiando con furore il pagamento "facciamo il totale e poi si divide". Che diamine, loro il limoncello non l'hanno preso!

Alluminio&Carbonio e la notte della freccia arancione

-Svoltare a destra alla rotonda: prima uscita-
Già, svoltare a destra, me lo sentivo...
fra cinquecento metri svoltare a sinistra...svoltare a sinistra
No, così non va bene. Un TomTom su questo alluminio è dissonante quanto un Re minore sotto un accordo di Fa... Spengo lo scatolotto e lo appoggio sul sedile, muto televisore predittivo.
Eppure avevo un cd apposta per l'occasione.
Play
Seven deadly sins
Seven ways to win
Seven holy paths to hell
And your trip begins

Meglio.
E' notte, e questa pioggerellina campagnola tiene persino compagnia, è intonata all'ambiente e alla strada deserta.
Una strada buia e una macchina veloce.
Seconda terza quarta.
Suffocation waking in a sweat
Scared to fall asleep again
In case the dream begins again
Someone chasing I cannot move

Molto meglio.
Quella strada laggiù a sinistra, sì è per forza quella. Non ho bisogno di un TomTom, lo so, la macchina lo sa, o forse è la notte stessa che mi guida. Freni sterzo acceleratore. La Lotus è un guanto di alluminio e carbonio che scivola come velluto su una strada sinuosa come pelle di donna. Non scivolerò su queste curve.
Can I play with madness?
Ancora a sinistra, sì, in fondo a sinistra. A cosa serve sapere la strada quando è lei che ti porta? Sinistra. Destra sinistra. Sbaglio.
Living on a razors edge.
Balancing on a ledge.
Living on a razors edge.

Lungo sono lungo. Troppo veloce. Freno.
No, non è un'auto che sottosterza questa. Imbarda forse, morde e graffia magari, ma le curve le accarezza. Ed è solo uno scuotimento quello che avverto mentre il felino incollato alla strada non ha minimamente sofferto il cambio di traiettoria. terza quarta quinta.
Here they stand brothers them all
All the sons divided they'd fall
Here await the birth of the son
The seventh, the heavenly, the chosen one.

Nessuno prima, nessuno dopo, buio e curve. Qualcuno arriva e chiede strada, si incolla.
No, ti prego.
Non rompere un'alchimia con la volgarità di chi chiede una prova virile: io guido, non gareggio, non con te, non con la tua BMW. Corri via. Passa via!
Sterzo. Quella laterale sembra proprio fatta per me, quindi dev'essere quella giusta.
There's a time to live and a time to die
When it's time to meet the maker
There's time to live but isn't it strange
That as soon as you're born you're dying.

La strada mi conosce e mi porta a casa, la leva del cambio inusualmente a sinistra sembra muoversi da sola, le poche persone che incrociano questa campagna vedranno solo la scritta GT3 e una sottile scia arancione.
Non sbaglio una svolta anche se non so la strada. E la notte a indicare, io penso solo a guidare, circondato da alluminio e carbonio, da un guanto, da un felino, da una freccia.
Seven downward slopes
Seven bloodied hopes
Seven are your burning fires
Seven your desires.....

La tigre morde il freno, ma io sono arrivato... Lei è arrivata. E' ora di fermare la magia.

Salvo? Ci sei? Ti ho riportato l'Exige.
Il navigatore? Non mi è servito, me la cavo da solo

Le mie scarpe sono troppo strette

In questo angolo di campagna lombarda, tutto il tempo sembra scorrere più rilassato ed è facile guardarsi intorno, levar gli occhi dal tavolo e dai commensali e lasciar vagare lo sguardo attraverso il pergolato, fino alla strada non asfaltata e verso la torre, lassù sul colle. O semplicemente guardare gli altri avventori, ammiccare alle ragazze...
Due gambe, una gonna corta, un abito blu svolazzante. " carina... ma com'è giovane!" penso sorridendo... Ma poi lo sguardo sale oltre il vestitino e vedo un viso che mi guarda. E conosco quel visino.
Alice?
"Alice!"
"Tyreal!"
Lei mi aveva riconosciuto subito, ed io, imbecille, mi ero fermato alle gambe.
Alice, non puoi essere davvero tu! Aliciotta, bambinetta di poco più di dicei anni che mi rubava i gianduiotti e che voleva gli aeroplanini di carta di forme sempre diverse, Alice che saltellava intorno ad un me ventenne e noncurante, che aveva occhi solo per un'altra persona.
"Alice... sei... cresciuta!" (e sei bellissima).
Un sorriso, un sorriso pieno dei suoi vent'anni, di una bellezza semplice ma disarmante, gli occhi luminosissimi, la gioia personificata.
Ci abbracciamo e parliamo. Cosa mi sono perso, Alice? Il liceo, il diploma, l'università. Veterinaria? Ma dai? E quanto ti manca?
Un torrente in piena di entusiasmo.
Mi guardo in giro.
"E... tua sorella... è qui?"
Capisce.
"No, è a casa. Ha una bambina adesso, non lo sapevi? No? Ma perché non vi siete più sentiti? Non eravate rimasti amici?"
Alice, Alice, cosa vuoi che ti racconti? Tu eri piccola, ed eravamo piccoli anche noi. Cosa vuoi sapere? Della gelosia morbosa del suo attuale marito? Degli insulti e delle mezze parole? Ma no dai, è passata un'era geologica. Basta un frase di circostanza, sicuro che il suo ménage familiare sia la cosa che ora la rende felice, anche se non dipinge più, perché è un mestiere poco redditizio, a sentire il suo uomo.
Parlami di te, Alice.
Il torrente in piena mi avvolge ed è un misto di presente e passato che quasi mi schiaccia. Un profumo: un profumo quasi indefinibile di vaniglia, un profumo che devo aver sentito tanto tempo fa e di botto capisco, mi ricordo! Questo ero io!
Questa luce, questo entusiasmo, questa gioia nel vivere un'avventura... Si, c'erano! Io me li ricordo, li avevo anch'io! Dove li ho persi? dove li ho dimenticati?
"Le mie scarpe sono troppo strette", direbbe il vecchio, piangendo, "ma non m'importa, perché non mi ricordo più come si fa a ballare"
Non so se Alice percepisca, ma è uno splendore, sembra letteralmente illuminarsi, specialmente negli occhi neri neri. Passeggiamo lungo la stradina, godendo dell'aria primaverile di questo strano autunno e mi disseto da una certa temeraria insicurezza di una giovinetta che sta per conquistare il mondo solo sorridendogli. Cinque minuti fa ero al tavolo con persone poco più vecchie di me a parlare di futuro, di conti, di matrimonio, figli, auto e case. Prima erano i soliti discorsi a cui sono assuefatto. Adesso sono distanti anni luce, mi sembrano ancora sbagliati, mentre percepisco un'affinità nel modo di affrontare l'ignoto di Alice.

Di ritorno, solo, da questo curioso pomeriggio, mi ritrovo su una strada serpeggiante per la campagna, senza anima viva per centinaia di metri tutto intorno a me. Solo, due curve, nessuno in vista.
Perché no?
Affondo l'acceleratore, freno con decisione, butto dentro il muso, correggo e con un tocco di freno esco driftando dalla doppia curva, in diagonale con le ruote controsterzate. E rido come un deficiente.
Perché sono scemo, lo so, ma ho scoperto che qui dentro, da qualche parte, mi ricordo ancora come si fa a ballare.

Passo Carràààààbbile!!!!

Attenzione: nel seguente blog ci sono parolacce. Non tante, ma ci sono.
Cesare vive in un film.
Si, lui è convinto che il mondo sia un po' il suo palcoscenico personale, dal quale non scende mai, e si comporta sempre come se fosse sotto l'occhio di una cinepresa. Non ti dice "ciao", piuttosto ammicca "ehi, come ti butta?"... Una volta credo di avergli sentito profferire la frase "Chiudi il becco" in un impeto di stizza. Non ne sono sicuro, ma non mi stupirei se l'avesse fatto. Orbene, Cesare è artista non solo a parole ma di fatto, vivendo in un suo stile bohémièn fatto di ritardi, disordine e una certa qual gioiosa confusione generale. Insomma, quando accompagno Cesare da qualche parte si può star sicuri che l'aneddoto è dietro l'angolo, e stavolta l'ho preso proprio in faccia.
Capita dunque che mi ritrovi sulla sua pittoresca Clio nelle vie della Metropoli parlando del più e del meno e sospirando ad ogni manovra equilibrista tra i sensi più o meno unici (perché la strada ha le sue regole, ma quelle di Cesare sono più duttili), mentre il pilota creativo fuma, risponde al telefono, apre negoziati con gli altri utenti della strada e, a tempo perso, guida.
Dopo innumerevoli svolte sbagliate (perché le cartine stradali hanno le loro regole, ma quelle di Cesare sono più restrittive) arriviamo a destinazione ma, come è consueto nella nostra città, non c'è parcheggio.
Niente paura, Cesare butta l'auto davanti ad un cancello e mi chiede di aspettarlo mentre va a fare le sue commissioni. Sto per replicare che proprio dietro di noi, un mastodonte nero con gomme da schiacciasassi e minaccioso marchio teutonico deve entrare proprio in quel cancello, quando vedo con orrore che Cesare sta scendendo dall'auto e con piglio da Clint Eastwood mi dice "spostala", mentre si avvia con totale noncuranza verso il lato opposto della strada.
Il TurboSUV nero qui dietro suona il clacson.
Esco di corsa, faccio il giro dell'auto e mi metto alla guida... Che è a misura di Cesare, quindi con sedile appiccicato al parabrezza.
Mi incastro alla guida, accendo la vettura, metto la retro...
Metto la retro... metto la retro... metto la retro.
Ma allora entra o no sta stracazzo di retro?
Il MegaturboSUV nero ri-suona il clacson.
Terrore. Ho un flashback: due mesi prima, Cesare che mi dice qualcosa a proposito della sua auto... della retro che non entra...
Bestemmio. Non lo faccio mai, ma questa volta si.
Si apre la portiera del TurboMegaCruccoSUV ed esce una donna.
Bionda. Bella. Inguainata in un tubino nero con spacco laterale e acconciata come Veronica Lake. 35 anni, non di più.
Urla.
Voce stridula, una rasoiata su una lavagna, un'ira seconda solo a quella funesta di achilliana memoria.
"E' un passo carààààbbile non si è accorto che è un passo carààààbbile! Ma non lo vede? Ma è deficiente? E' un passo carààààbbile!"
Cosa le dico? COSA CAZZO LE DICO?
"Signora.. la retro... quell'idiota..."
"E' un passo carààààbbile! Ma io dico! Ma non lo vede? MA allora chiamo i vigili! E' un passo carààààbbile!"
E' paonazza, fra poco esplode lì e rimane soltanto il tubino. Invece se ne va, sempre urlando "E' un passo carààààbbile!" e rientra sul suo IperMegaTurboSUV (col FAP).
Esasperato metto in folle e scendo.
E spingo.
E spingo quella cazzo di Clio butterata da urti e ruggine e impreco verso Cesare e verso l'intubinata.
Stronzo...Puttana...Stronzo...Puttana... a denti stretti per mascherare il labiale.
Al trentesimo "stronzo" ho liberato l'accesso al passo carààààbbile!", ma c'è la fila di veicoli che vuol passare e io blocco la strada.
Al cinquantesimo "puttana" getto la vettura davanti ad un altro cancello, riproponendomi di mollarla lì e scappare.
Poi, rimessa la testa a posto mi sfogo sulla leva del cambio, che entra al primo colpo in retromarcia.
Tiro un calcio alla leva e la piego.
La suora che vede la scena mi fissa con terrore.
Cesare ariva dieci minuti dopo tranquillo e caracollante esordendo con un "todo bien?".
Non sapendo se colpirlo allo stomaco, percuoterlo col paraurti della sua Clio o semplicemente investirlo, mi limito a sospirare.
"ah, non ti ho detto che non funziona la retro"
Come non detto, il pugno nello stomaco andava bene.

Stica!

Nell'ambito di una migliore comprensione interculturale, parleremo oggi del termine Sticazzi.
Nato nel Lazio, il termine cambia radicalmente significato oltre il Po: l'hinterland milanese, ha infatti stravolto la vera essenza dello Sticazzi intendendolo come un "accidenti", "perbacco", perdindirindina", quando il suo significato originario è completamente diverso.
Sticazzi, infatti non è assimilabile a me'cojoni e non è assolutamente indice di ammirazione, ma anzi rappresenta una pura presa per il culo.
Questo muro linguistico ha causato numerose faide tra milanesi e romani per via della diversa interpretazione data (in pereftta buon fede) allo Sticazzi.
Quando un milanese vi dice Sticazzi lo fa perché è sorpreso/ammirato da quello che gli state dicendo (je state a 'ddi) e non sta a pijiarvi per culo
Quando un romano vi dice Sticazzi è troppo tardi: vuol dire che avete già detto una cazzata.
E sticazzi!

Novecento

«Tutta quella città... non se ne vedeva la fine...
La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine?
E il rumore.
Su quella maledettissima scaletta... era molto bello, tutto... e io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema.
Col mio cappello blu.
Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino...
Primo gradino, secondo gradino.
Non è quel che vidi che mi fermò.
È quel che non vidi.
Puoi capirlo, fratello?, è quel che non vidi... lo cercai ma non c’era, in tutta quella sterminata città c’era tutto tranne.
C’era tutto.
Ma non c’era una fine. Quel che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu, sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare.
Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni e miliardi
Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita.
Se quella tastiera è infinita non c’è musica che puoi suonare. Ti sei seduto su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.
Cristo, ma le vedevi le strade?
Anche solo le strade, ce n’era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una.
A scegliere una donna.
Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di.
Morire.
Tutto quel mondo.
Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce.
E quanto ce n’è.
Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità, solo a pensarla? A viverla...
Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra...quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò.
Lasciatemi tornare indietro.
Per favore»

Le dimensioni... contano!

Ho scoperto che alcuni oggetti cambiano di dimensione come per magia. I televisori, per esempio.
Sono stato al centro commerciale per trovare un sostituto al mio 21 polici ormai moribondo e, dopo essermi perso tra le lucine sfavillanti, ho cominciato a cercare l'apparecchio che mi interessava.
Ecco, quello va bene! No, un momento... è un 32 pollici! Ah allora quello, che è più piccolo... No, è un 29... Ma dove li tengono quelli più piccoli?
Chiedo ad un commesso che mi indica (con sprezzo) un oggetto che lì dentro sembra grosso più o meno come un posacenere, uno schermettino da cellulare se confrontato al mostro Plasmatico da 42" che è proprio lì di fianco. Potrei mettermelo nello zaino, tanto è piccolo. Macché zaino, nel portafogli!
A casa, il minuscolo televisore è diventato grosso come un armadio.
Apri il cartone, estrai il polistirolo e ti accorgi che devi sgomberare la sala da tavoli e scrivanie, altrimenti il colosso catodico non ci sta! E' lo stesso di prima, non c'è dubbio, ma è grossissimo!!! E pesante! Il peso aumenta in base a quanti piani di scale devi fare per portarlo al suo posto. E' un teorema che mi varrà il nobel per la Pace, me lo sento.
Messo al suo posto, il CatodiColosso sebra voler schiacciare il mobile sotto il suo peso. Il lettore DVD è terrorizato (si vede dall'espressione); forse è quello il motivo per cui non si riesce più a collegerlo correttamente.
Già, perché quello che non si vede nei patinati depliant pubblicitari che fotografano elettrodomestici lucidi come la plancia dell'Enterprise, è la quantità immensa di cavi che si dipartono dal pannello posteriore e che, per una curiosa legge fisica (e in quanto tale ignorata e schifata dai designer) tendono a ruotare spontaneamente per avvitarsi e annodarsi in una sorta di amplesso elettronico. Dietro ad ogni TV-Color c'è una giungla di gomma e rame che cela chissà quale mistero sotto le sue spire. Siete avvisati.
In tutto questo bailamme ho scoperto che esiste un Punto Fermo: c'è una cosa che non cambia di dimensioni: è una costante universale, al pari di velocità della luce, gravitazione universale e attrazione donna-scarpa: L'IMBALLO.
L'imballo è sempre grosso uguale, sia che tu prenda un TomTom o una lavatrice ed ha delle dimensioni codificate dal sistema internazionale dei pesi e delle misure.
Un imballo è grande come un monolocale, sempre.
Al massimo varia di qualche millimetro in lunghezza e larghezza, ma per far entrare un imballo nel bagagliaio della 147 non esiste altro metodo che segare via il tetto. Della 147, non del monolocale.

20 settembre 2007

Mi dai il numero di casa?

Aneddotino -ino -ino in due parti.
Ovvero la storia si ripete!

-Agosto-
Mi capita di dover contattare un conoscente di Anya, di cui però non ho recapiti telefonici; approfittando della vicinanza al suo domiclio, decidiamo di andare a fargli visita e dopo poco tempo siamo proprio sotto al suo uscio, in una bellissima casa di ringhiera rimodernata.
Il tizio in questione non c’è, ma dopo aver scampanellato esce dalla porta di casa il figlio, notevolmente assonnato e vestito praticamente con una coperta!
Consci di averlo svegliato dopo una notte brava (sono circa le due del pomeriggio) ci scusiamo e gli chiediamo notizie del padre.
“E’ uscito, credo…” articola lentamente
“Per caso puoi darci il suo numero di cellulare?”
“No… guarda, non lo usa!”
Ok niente cellulare. Non mi resta che chiedergli il numero di casa, così posso richiamarlo più tardi:
“Va bene… Senti, puoi darmi il numero di casa?”
Quello ci pensa su un attimo, si sporge, guarda il civico di casa sua ed esclama con sicumera:
“UNDICI”!

-oggi-
Un’amica di vecchia data si fa viva e mi annuncia che sta seguendo un corso d’aggiornamento in una sede vicino a casa mia.
Cavallerescamente le offro un passaggio e un aperitivo e lei accetta: finito l’orario del corso la passo a prendere, ci salutiamo e mi presenta una sua collega, che per l’occasione si aggrega all’aperitivo.
La conversazione è rilassata e brillante e ben presto scopro che la suddetta collega sta cercando qualcuno che le realizzi un sito web. E’ proprio la mia amica ad indicarmi come papabile per il lavoro ed io, confermata la mia disponibilità, le chiedo di contattarmi più avanti per metterci d’accordo sui dettagli. Prendo il cellulare per il solito rito di scambio numeri e lei va un attimo in panico:
“oddio non ho il cell… l’ho lasciato a casa!”
“beh, non è un problema… basta che mi dai il numero: al massimo ti mando un messaggio per ricordarti chi sono”
“ehm… il mio numero non me lo ricordo mai”
“… Vabbé, senti, dammi il tuo numero di casa, se non è un problema”
“SETTE!”
“…?”
“Eh abito in via Piave al numero sette!”

Ora… sbaglio qualcosa, è un’epidemia o li incontro solo io?!?

28 agosto 2007

Aiuto?

Ho sentito un'amica poco fa. Beh, in passato per me è stata più che un'amica, ma questo ora non c'entra.
Poche parole... A volte quando ci si conosce da tanto non servono frasi molto lunghe...
Mi ha colpito più che altro una sua risposta, data in un momento in cui lei non è proprio in forma, in cui ci sono problemi che devono essere risolti. Cose della vita, insomma.
un "non so se ce la faccio a riprendermi"mi ha lasciato parecchio pensieroso. Chiedendomi più che altro cosa comportasse una risposta del genere... Come possa sentirsi una persona consapevole del fatto che, forse no, non si riprenderà... E mi è rimasto un vuoto abbastanza amaro dentro.
Non ho proseguito più di tanto la telefonata, lasciando un vago riferimento al fatto che in caso di bisogno siamo qui e là e cose così, più che altro incapace di lasciare un segnale chiaro e sicuro che di aiuto io ne possa dare.
Chiariamoci, io farei tutto per aiutare questa persona, ma in certe circostanze semplicemente mi è ignoto quale aiuto potrei dare, e quasi sempre subentra il timore di essere invadente, di troppo, causando più problemi che altro.
Rimane così un certo malessere nel dubbio che forse avrei potuto parlarle di più o che forse le ho già parlato troppo... chiedendomi se è addirttura il caso di scrivere un diario come questo.
Di certo so che vedere persone care soffrire per qualsiasi motivo è una cosa sfibrante al limite dell'insopportabile.

27 agosto 2007

Layla

Il giorno che conobbi Layla la feci ridere. Non so esattamente quale facezia mi inventai per l'occasione, ma ricordo che lei spalanco gli occhioni azzurri e rise in maniera quasi sguaiata. Gli amici ci fissavano con un misto di stupore e spavento; un paio erano esterrefatti, una scappò al bagno, l'altra si fece il segno della croce, uno addirittura (mi hanno detto) si iscrisse poi a ingegneria. Il ragazzo accanto a me mi spiegò "Hai fatto ridere la Garbo".
In realtà Layla non è mai stata così... Semplicemente era impossibile capire cosa la colpisse emotivamente, almeno all'inizio. L'immagine che dava era quella di persona algida, impassibile. Non altera, non con la puzza sotto il naso, ma mai divertita o addolorata oltre il limite della cordialità.
La prima volta che andai a casa sua mi immaginavo di trovarla in una di quelle tenute inglesi, tra levrieri, green, e servizi da te, magari con abito di lino e gran cappello bianco; ecco era perfetta per il ruolo chic/decadente/aristocratico... Certo, non credevo esistessero molte tenute principesche in zona Città Studi, quindi non mi stupii più di tanto di essere invitato in un comune appartamento arredato in un modo normalissimo.
Ecco Layla in quel momento mi parve un arredamento anni '70. Non parlo della casa, parlo di LEI. Quei locali che si vedono nei vecchi telefilm del periodo, in cui sembrava che il futuro riservasse tinte accese e pastello le une accanto alle altre e mobili dalle linee minimaliste e tondeggianti. Un misto di Ufo Shado e Arancia Meccanica: un sacco di colori e impressioni compresso in una rigida geometria, ma non forzata o repressa, solo tranquillamente naturale.
Quanto al ridere, ah quello è tutta un'altra storia.
Conoscendola meglio mi accorgevo che aveva un gusto talmente poliedrico da essere "strano": poteva restare impassibile a tempi comici perfetti o scoppiare a ridere alternativamente di fronte alla battuta più pecoreccia della terra o al cambio di espressione di un attore shakespeariano durante una fase concitata di una commedia per palati fini; poteva commuoversi allo stesso modo per un dramma a lei vicino o per la morte di un personaggio nel telefilm preferito e restare totalmente impassibile in situazioni che farebbero perdere la testa a molte persone.
Nel confuso delirio febbricitante dei giorni scorsi, Layla mi ha tenuto un po' di compagnia; non sarò stato un granché come ospite con 39 gradi celsius sulla fronte, ma il bello delle persone come lei è che nel bene o nel male sanno mantenere un'aggraziata e cordiale espressione di condiscendenza.
E' sabato e, mentre mi riprendo, lei decide di guardare un po' la tv con me e, dopo un rapido e preciso giro di ispezione dei canali si ferma sul profilo noto e corpulento di Bud Spencer.
"Due superpiedi quasi piatti", da piccolo non me lo perdevo mai, adoravo quei due scazzottatori folli... Ma figurati se Layla...
"Ohh Bud Spencer e Terence Hill!"
No dai... non dirmi che...
Lo vediamo tutto. Alla scena in cui il buon Bud sta per addentare il panino, lo chiamano alla radio e lui brontola "C'ho l'hamburger che fa contatto", Layla esplode.
No, non ride, esplode!
Sghignazza incontrollata, fino alle lacrime e praticamente fino alla fine del film; nei pochi momenti in cui si riprende un'altra battuta la squassa nel profondo:
"Sposta la testa che te la cionco"
*Sospiro* ridarella incontenibile
"Sono rose finte, durano financo quattro anni"
*risata interrotta* "financo quattro aaaahhhahhh!" *sghignazzata da cattivo dei cartoni animati*
"Mi appecorono alla sua bellezza
*urlo liberatorio seguito da risata sommessa*
Io ho paura. La Garbo ride!!!
Ma anche dopo aver usato tutti i suoi bonus risata degli utlimi quattro anni, Layla non è il tipo da accusare conseguenze. Dopo soli pochi minuti anche il segno delle lacrime è scomparso, solo una certa luminosità del viso suggerisce lampi di gioia dopo una tempesta di emozioni.
Bene cara Greta, ho un po' di dvd da recuperare per i prossimi weekend...